sabato 15 dicembre 2012

Impressioni in penna "Silvia in...bucce!..."





Le mie “impressioni in penna” nascono dal desiderio di far migrare nella scrittura, quello che l’anima ha visto, digerito, rielaborato. Perché a modo mio resti…



“Silvia in…bucce!...


L’essenza delle “Bucce”quella di Silvia Paoli, uno spaccato di quotidiano autentico, sagace, desolante nella sua ironica interpretazione. Camaleontica, istrionica Silvia, nei suoi “sette personaggi d’autore” scritti, interpretati, creati da lei per lei, con una bravura magistrale, con quel saperci entrar dentro sin dalla prima battuta, dal primo passo sulle tavole del palcoscenico. Nessuna delle sue bucce è lasciata al caso, monologhi serrati, precisi, intervallati da un sottofondo musicale “parlato”, che come un buon collante lega, accompagna la struttura del testo. 
Una casa, un morto, la sua veglia, così vera quanto grottesca e viceversa, vista vissuta recitata, da più punti di vista, età diverse, collocazione sociale. Silvia Paoli, lei sola, interpreta il via vai di famiglia che all’interno della stanza, con un paio di scarpe a farci vedere il defunto, si alterna. Personaggi significativi e significati, che con un golfino diverso, una parrucca, un paio di occhiali, prendono vita, si animano; Silvia ne è l’artefice rigorosa. Io mi perdo nella sua bravura del restituire l'emozione, nel suo parteciparsi per far partecipare. Già l’avevo applaudita in “Livia", suo precedente lavoro sempre da lei scritto; qui si supera, si moltiplica, si consacra un gran "bell’animale da palcoscenico", capace di muoversi in agio, tra recitazione, canto e ballo. 
Mi fermo ad abbracciarla dopo la fine dello spettacolo, quando appagata da queste tre serate fiorentine al Teatro del Cestello, si ferma a salutare amici e non. 
Grazie Silvia, per il “tuo” teatro…


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Silvia Paoli nel suo spettacolo "Bucce"










martedì 4 dicembre 2012

Pit Stop Prima o poi...

Nella pioggia battente sul vetro del soppalco, cerco di trovare suono al mio rimuginare di dicembre. Le feste comandate sono in agguato, le lucine di rito già addobbano le vie, di regali inutili, sono ingombre le vetrine.


Nei volti che ora non vedo, rassegnazione. Per un domani povero da immaginare.
Mancano da tempo gli zampognari nelle piazze e quel dirsi “ Buon Natale” senza essersi mai conosciuti.

Aspetterei che passasse sotto le coperte il Natale, con il gatto a farmi compagnia, con un libro tra le mani e gli occhiali sul naso.
Andrei oltre questo non senso di festa che da tempo non mi tocca. Non è tristezza la mia, ma sentimento sentito, per un qualcosa che dovrebbe passare in fretta, perché non mi appartiene.
Ma da brava scolara della vita, lascio che m’investa per chi amo, o almeno per chi a tutti costi, vuol farsi continuare ad investire. 
Ci sarebbero sentieri bianchi da percorrere in questi giorni di festa da non festeggiare. 
Per riassettare la mente, per ossigenare il cervello. 
Prima o poi uno lo prendo…


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Impressioni in penna " Al Verdi con Irene e Stefano..."


Le mie “impressioni in penna” nascono dal desiderio di far migrare nella scrittura, quello che l’anima ha visto, digerito, rielaborato. Perché a modo mio resti…



"Al Verdi con Irene e Stefano..."
  

Due artisti, due tastiere, due microfoni. Note in parole, parole in note. Rincontrarsi dopo vent’anni su un palcoscenico, consegnare la propria esperienza e competenza, nelle mani dell’altro, insieme regalarla al pubblico in sala. 
Stefano Bollani, Irene Grandi, al Teatro Verdi di Firenze; si ascoltano, si accompagnano, e insieme ridono e s’abbracciano, davanti a un pubblico respirante quella magica atmosfera che solo il palco di un teatro sa restituire, quando a calpestarne le assi, ci son gli artisti giusti. Su di un tappeto di note andante in voce, Irene e Stefano volano, puntando a sud dell’emisfero, per poi tornare in patria, caricati di emozioni, straboccanti di energia da rivendere a noi in attesa. Regna il silenzio dell’ascolto tra un brano e l’altro, che muta in applauso non appena la luce va in buio a decretarne la fine. 
Sono due folletti, musicista e cantante, a loro agio in reciproca presenza e quando Irene abbandona la scena per i cambi d’abito, Stefano impegna la sua senza invadere lo spazio dell’amica. Non ce n’è necessità; lui e il suo piano sanno. 
Agli inchini di rito li richiamiamo più volte, perché quel dare e avere, quel levare e mettere, ancora non ci bastano. 
Come nel laboratorio incantato di Archimede Pitagorico, l’alchimia si è fatta. Lasciarla tra la polvere dei drappi del sipario, ci costa; a noi , a loro.... 


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lunedì 3 dicembre 2012

Scattiscritti Il nulla foto di Giuliano Corti

Avrei voluto il nulla, accanto a questo mio ritratto che in vita mi ritrae. Non mi piacciono i colori di plastica accesi. Nel tempo passato, passante, in attesa di passare, resto. Non ricordo se sorridevo nella foto che quei sta, o se immaginando a cosa mi sarebbe servita,già seriavo il volto. Qui tutto intorno c'è grigio, erba alta, roba vecchia. Torno alla vita con i pensieri, mi perdo nei profumi lontani, risento nel palato i sapori.
Non abbiate più cura di me..."
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giovedì 29 novembre 2012

30 novembre 2012 Festa della Toscana "Il viaggio..."



                                                                       
                                  "Viaggiatori, una storia, tante diversità, ancora un viaggio” 

Il percorso di valorizzazione delle tante peculiarità della nostra regione, questa volta tramite la tematica del viaggio, intesa in senso lato (la Toscana che va avanti, che non si ferma conscia e gelosa delle sue storie e delle sue tradizioni) ed in senso letterale (la Toscana che va nel mondo, che porta la sua storia ed i suoi tratti distintivi ai quattro angoli della terra).

  
Nonno Enrico, quel nipote dalla testa ricciuta e la pelle d’ebano, lo aveva incontrato la prima volta una mattina di maggio all'aeroporto di Pisa, quando la figlia Marta, appena scesa dalla scaletta dell’aereo, glielo aveva adagiato fra le braccia. Un fagottino color cioccolato di appena tre chili avvolto nella coperta di cotone bianca fatta all’uncinetto da nonna Cristina, spedita apposta in anticipo in Nigeria, perché il bambino potesse atterrare nella Toscana adottiva, con un pezzetto di famiglia già addosso. 
Khalifah, della tribù Hausa, il suo nome nigeriano, che i nonni faticavano a pronunciare, che Marta aveva voluto mantenergli, a costante richiamo delle sue radici, della sua cultura, della sua terra tanto stupenda quanto braccata dalla miseria, dagli uomini in potere.
 
A soli cinquant’anni, Enrico era diventato nonno, nel pieno della sua attività d’artigiano dell’argento, lavorato a sbalzo e a cesello. Le sue creazioni erano pezzi d’arte, pezzi unici. Brocche, centrotavola e alzate, decoravano le tavole in vista di mezzo mondo. 
E “Ni podere di famiglia”, su quelle colline che strizzan l’occhio a Firenze e allungano la mano alla Valdelsa, Enrico aveva riversato nel tempo i suoi guadagni, incrementando di filari la vigna, curando l’antico uliveto. 

In questo clima di lavoro e passione, cresceva Khalifah, convincendosi che se la mano e il cervello sanno a vicenda ben guidarsi, nulla resta al caso. 

Marta: con la Nigeria un legame profondo, un biglietto aereo sempre aperto, per continuare a portare le sue competenze di agronoma, di enologa, in quel paese poco generoso di raccolti, ma avido di conoscenza, di nuove opportunità. I colleghi sul posto impegnati con lei nel progetto, con affetto reclamavano ad ogni sua rimpatriata, una bottiglia di vino di babbo Enrico.

E’ un anima lunga ora Khalifah, un giunco ancora in crescita dalla corteccia scura, con le fronde ricce raccolte sulla nuca, con lo sguardo fiero che rovista il mondo. Dal suo sorriso acceso, spunta una corona di luce.  Ancora un lungo viaggio, ancora terra sconosciuta dall'altra parte del mondo. Tra i documenti, il suo sapere 110 e lode, da spendersi bene, da poterlo dimostrare. Qui, non c’è posto, qui si può solo ammirarlo sulla carta, compiacersene, metterlo in cornice, riporlo nel cassetto.
 Nonno Enrico si perde nel volto del nipote, si libera in un abbraccio, ingoia l' emozione in agguato. 
Nonna Cristina vorrebbe tirar fuori dalla borsa la coperta all'uncinetto del suo arrivo e, come pezzetto di lei, consegnargliela. 
Marta ha tanto di quell'orgoglio materno da distribuire, che quella partenza, non è altro che un nuovo arrivo.  
Con la sua sciarpa di pace intorno al collo, Khalifah, decolla.



Ci siamo sempre stati noi toscani; nelle tele d’arte, nei marmi in scultura. Un’intera Galleria del Louvre, con il genio di Leonardo in Gioconda a capo del gruppo, ne è tangibile testimonianza. 
Il nostro miglior prodotto artigianale, rimane invece ora, nel ricordo dei non più giovani. 
Come quell’ironia sagace che ci contraddistingue, come la “c” e “l’hacca” aspirata che “un ce la sanno imitare”, dobbiamo tornare ad esserci anche con questo. 
Con l’estro dei giovani e l’esperienza dei vecchi, con la tecnologia ad aiutare le mani dotate, con l’apertura mentale a ossigenare i cervelli.



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Breve racconto letto alla Scuola media "R. Fucini" di Montespertoli, in occasione delle celebrazioni per la Festa della Toscana 2012, alla presenza del Consiglio Comunale, degli alunni e delle varie rappresentanze scolastiche.