lunedì 9 ottobre 2017

Pit Stop Andate a cena




Ci sono tramonti da innamorarsi, in questo ottobre partito freddo, tiepido ora degli ultimi raggi d’estate da poco conclusa. Se avessi voglia, metterei le scarpe da camminata svelta, la felpa in vita per quando si fa sera e andrei, a passeggio tra queste mie parti campagnole, a vedere viti spoglie, olivi in attesa di essere brucati, orti d’inverno, campi da rimettere a nuovo. Ma non ne ho, e allora rivedo e risento a memoria paesaggi e odori, giustificandomi sotto gli impegni, le cose di casa arretrate, il lavoro in qua e in là che porta via tempo. 

Torneranno i prati, è anche il titolo di un film che ho scaricato ma che ancora non ho visto. Credo che il titolo voglia significare molto altro di quello che adesso io intendo, ma in fondo le parole uno se le misura come vuole, se ne serve, le mette via.

La pausa è finita, andate a cena.


Foto di Marco Galeotti 


venerdì 6 ottobre 2017

Pit Stop Quelle cose, a volte...





Percorro la via di Roveta, ancora due curve e sarò in piazza Kennedy, alle porte di Scandicci. Vado piano e poi quella donna anziana che cammina sul ciglio e guarda la strada e mi ferma con la mano. Rallento, apro il finestrino lato passeggero, domando:
Signora ha bisogno?
Si, ho perso l’autobus, non ci si capisce nulla con questi orari, doveva passare alle quattro e invece è passato prima e alle cinque il cimitero chiude.
Io vado a Scandicci, se vuole salga, mi dice lei dove lasciarla.
Grazie davvero.
Sale.
Si metta la cintura per favore, sa è una responsabilità…Dov’è il cimitero a Scandicci? Lo sa che non lo so?
Non conosce Scandicci?
Ci sta la mia mamma, però va a finire che i giri che faccio son sempre gli stessi e tutto non conosco.
Vicino alla chiesa di Santa Maria…
Mi dispiace, non conosco nemmeno quella, ma se mi dà le indicazioni la porto a destinazione.
La strada che resta per arrivare al cimitero è breve. 
Giri qui a destra, vada fino in fondo, ecco il cimitero è lì.
Non c’ero masi stata, s’impara sempre qualcosa.
Sa, mio marito è morto da quindici giorni, sessantasette anni insieme, avevo tredici anni…
Siamo arrivate, ancora non scende, lascio che racconti, intervengo.
Signora, non venga tutti i giorni al cimitero, mi creda non c’è bisogno, con le persone care si può parlarci anche da casa, io lo faccio tutte le mattine con mio padre e sono più di trenta anni che è morto.
Non risponde, accenna un sorriso, prosegue inseguendo il suo perché.
Vede, gli ho portato i fiori…
Ma lei non è toscana vero?
No, sono veneta
Ah “zzz’è veneta” dico con inflessione.
Sono di Trieste, di Pola per essere precisi
Trieste, bellissima, ci ha fatto il militare mio marito, a Villa Opicina per essere precisi.
A Pola c’è mai stata?
No, Pola mi manca.
Ho la casa grande a Pola, tre camere da letto, se viene la ospito.
Grazie, troppo gentile davvero. Ma ora vada che alle cinque chiudono. Ma per tornare?
Passa mio figlio quando esce dal lavoro, verso le sei.
Ah va bene. E mi dia retta, non venga tutti i giorni al cimitero, non ce n'è bisogno…
Grazie Signora, grazie per avermi accompagnato.
Ma si figuri.
Giri lì a sinistra e si ritrova da dove siamo arrivate.
Arrivederci e grazie ancora
Arrivederci Signora.


Quelle cose, a volte...


sabato 30 settembre 2017

Pit Stop Parole, silenzio e viceversa




Trovare le parole: per dire, non dire, raccontare, riportare, commentare, riflettere. Le parole sono importanti, è bene non dimenticarlo mai. Alcune ti arrivano addosso come una doccia gelata, altre ti scaldano la pelle, altre ancora ti incendiano di rosso o ti abbattono di nero. Si trattengono le parole, a volte, ché farle uscire mette dolore tra i nervi e le ossa. E allora al rumore delle parole si preferisce quello del silenzio, che fa rumore anche lui, più forte delle parole, a volte. 
Settembre dice fine, domani si gira la pagina del calendario. Si annoteranno altri impegni, si farà mente locale a programmi già fatti, se ci sono, si faranno programmi su date a venire, volendo. Oppure, si aspetteranno semplicemente gli eventi sui giorni in successione, perché per ora va bene così e altro non si sa...o non ci va di sapere e programmare. 


“Dopo la tempesta viene il sereno, spunta in cielo l’arcobaleno…” 
  Mi pare dicesse così una poesia, per sempre.




martedì 26 settembre 2017

Impressioni in penna... In arte Nino



Le mie impressioni in penna nascono dal desiderio di far migrare nella scrittura, quello che l'anima ha visto, digerito, rielaborato. Perchè a modo mio resti...



Elio Germano non delude mai. Lui non esiste più quando fa esistere un altro E così è stato anche ieri sera per "In arte Nino". Nino Manfredi era lì, con noi, presente, in fisicità, voce, accento, gesto, espressione, Con quel suo camminare quasi fosse a un palmo da terra, con quella postura un poco storta, con il collo piegato da un lato e quel mezzo sorriso anche nel peggio. Elio non c’era, Nino si. Ha ragiona Luca Manfredi quando dice che se non fosse stato Elio ad interpretare suo padre, il film sarebbe rimasto in un cassetto. Impossibile dargli torto, non poteva essere altrimenti. Elio Germano, ci consegna la leggerezza dell’uomo Saturnino, prima di quella dell’attore Nino. Un’interpretazione unica, senza sbavature, in cui mai sovrasta il personaggio, ma "è" personaggio. Elio Germano possiede la capacità camaleontica dei grandi, sa essere per far vivere, in questo caso ri vivere. Domani sarà altro e dopo domani un altro ancora. 

Mestiere di vero attore.


giovedì 14 settembre 2017

Da 1000 a 4000 battute spazi inclusi Corto per de Giovanni e il suo Ricciardi



Eppure quell'odore di sugo, quelle donne che si scambiavano ricette antiche per il pranzo di festa prossimo, lo riportarono al passato.

"Il passato mi irrompe dentro"- pensò, chiudendo un poco gli occhi, serrando la mandibola, digrignando i denti- 
Una tavola apparecchiata con il servito buono, la zuppiera di porcellana di Caserta fumante di maccheroni, con la "cucchiaia" appoggiata sul manico. Non sarebbe stata domenica, non sarebbe stato pranzo, senza quel sugo, rosso di pomodoro, carico di macinata tagliata grossa, che con i maccheroni rigati s'imparentava. Non sarebbe stata domenica senza di lui lavato, pettinato, profumato di borotalco, in attesa che il padre Alfonso, per primo prendesse posto a capotavola, mettesse il tovagliolo dentro il collo della camicia, gli facesse cenno battendosi la mano sul ginocchio, di andargli in braccio. 
"Mammà servi, che qui teniamo fame!" 
Con l'amore nel passo e nello sguardo, consumato solo qualche ore prima, mamma Elvira serviva. 

Un quadro, un'immagine precisa, netta, senza nessuna sbavatura: 
Questo era il passato che dentro, ora, gli irrompe.