martedì 4 marzo 2014

Pennellate di parole..."Un povero diavolo..."





Daniel Gherharz

"Un povero diavolo..."

 
Che situazione, che atmosfera, di quelle che un povero diavolo di scienziato come me, aveva visto solo in pellicola, o sentito dai racconti di qualche amico di amici.
Provavo un certo imbarazzo, non perché fossi uno che non sa adattarsi alle situazioni, ma perché "quella" situazione proprio non mi apparteneva. Però c'era lei Sheryll, e già questo da se poteva farmi accettare di tutto.
La costa si allontanava piano, sotto la spinta del vento che preciso gonfiava le vele, cullava il veliero. Il profumo di Scheryll mi prese di spalle.
" Scotch con ghiaccio?..." - mi sussurrò all'orecchio- cosi vicina da sentire le sue labbra sfiorarmi i capelli.
"Ok perfetto"- dissi girandomi piano, prendendo il bicchiere, cercando un contatto con le sue dita affusolate. Un solitario da una cifra di carati al medio della sua mano destra, inchiodò il mio sguardo. Scheryll sorrise, si allontanò. Godetti del movimento sinuoso del suo sedere sotto l'abito leggero color cipria.


Un'alchimia di azzurri confondeva le linee del mare, del cielo. 


Copyright © tutti i diritti riservati

sabato 22 febbraio 2014

Da 1000 a 4000 battute spazi inclusi "Cappelli..."

"Cappelli..."  


Arianna partì, con la valigia grande, con lo zaino in spalla. Nella valigia portava la vita già scritta, nello zaino quella ancora nella penna. In testa un cappello di paglia a tesa larga, con nastri di seta colorati a mescolarsi negli intrecci. Il viaggio sarebbe stato lungo: un primo autobus fino alla stazione più vicina, un Freccia Rossa per Milano Malpensa, un volo per una destinazione lontana. 
Si caricò di bagaglio, prese il passo, il ritmo, il fiato, non si voltò. Non perché ci fosse un lasciato da dimenticare, ma proprio perché quel lasciato appena prossimo, era avvenuto in serenità, pienezza, soddisfazione, tanto da condurla consapevole a quella decisione di partenza.

Quando al check in depositò valigia e zaino, si sentì leggera, si sentì in consegna, di se, dell’amore, che come una gazza ladra andava a riprendersi in una terra di creole nere, dove il sole bacia la pelle tutto l’anno e la luce muta il paesaggio nel tempo di un minuto. 
Le ci erano voluti due anni, per capire che Esteban, amico fraterno, partito per il Kenia come medico al servizio del popolo, scoppiava nel suo cuore, nelle sue vene, nei suoi desideri, come l’unico uomo a cui consegnarsi.

Quando la voce dall’altoparlante annunciò il volo e il numero di imbarco, Arianna tolse il cappello e lo adagiò sulla sedia alla sua destra, infilò le dita di entrambe le mani tra capelli, liberò il volto tondo dalle ciocche andanti sugli occhi. 
Si alzò prese il passo, il ritmo, il fiato, si voltò, rise al cappello…


Copyright © tutti i diritti riservati

sabato 15 febbraio 2014

Da 1000 a 4000 battute spazi inclusi "L''indomandabile"




  "L'indomandabile"

 
Fu silenzio nell'attesa che i caffè fossero lasciati dal cameriere sul piccolo tavolino​. Le poche confuse parole dette fino a quel momento, sembravano già esser tutto. Quel "Grazie" accompagnato da un lieve cenno della testa di Arthur, interruppe quell'atmosfera sospesa. Poi fu suono di cucchiaini nelle tazzine a mescolare zucchero e bevanda scura. Ognuno dei due cercava non trovandola, una scusa per scrutare l'altro nelle pieghe del volto, per domandare l'indomandabile.
La donna tossì, bevve il caffè in un sorso, prese dalla tasca una sigaretta, ammezzata e stropicciata come era lei. Quei pochi gesti, messi insieme con la lentezza di chi al nulla mira, dettero modo ad Arthur di guardarla a fondo, di provare con fatica a ricordare quando e se, fosse davvero avvenuta tra loro conoscenza, frequentazione.
Genevieve sua madre, in arte " Geneve", gli tornò a memoria, con le sue mise di seta colorate, con la sua voce sempre in canto, in prova, perché per lei la vita era sempre in palcoscenico e il palcoscenico sempre nella sua vita.
"Arthur"...- disse la donna- lasciando uscire dalla bocca una nuvola di fumo denso dall’odore stantio.
"Non ti soffiavi mai il naso e quando lei ripartiva per le tournée, ammutolivi per due giorni serrando la bocca, come se tu volessi ruminare le parole non dette, per vomitargliele addosso al suo rientro”


Ad Arthur andò in ghiaccio il volto e il cuore nel petto sembrò fermarsi. Si sentì fragile, indifeso, messo all'angolo, come in quei giorni lontani ora con ferocia d’immagini in parole riesumati. Non si vergognò, non si oppose resistenza, lasciò alle lacrime il diritto di invadere gli occhi, di mettere in singhiozzi la voce. Si strinse in se e a se si abbandonò.
La donna ghignosa restò dov'era, ad inspirare ed espirare il suo mozzicone, a godersi quella rinnovata scena, tratta da un vecchio copione.

lunedì 10 febbraio 2014

Pennellate di parole..."...non come mi dipingo..."



 
Excursion into Philosopy Edward Hopper collezione Privata



"...non come mi dipingo..."


 
Che poi non sono come mi dipingo. Sono peggio. Di quel che peggio che solo che ti ha partorito può accettare senza condizioni. Mi manca, mi mancherà sempre, ma nessun pezzo di me andrà con lei, con mia madre. Non ho ancora pensato a cosa farò scrivere sulla sua lapide, se troverò a scadenza fissa il tempo, la volontà, per omaggiarla. La morte così da vicino non mi aveva mai sfiorato. Rimango senza donne nella vita. Quelle da una sera non fanno testo. Dovrei mettere testa e uccello a posto, me lo ripeto almeno una volta all'anno, mentre almeno due volte a settimana annego i buoni propositi nel bicchiere.
Ora mi lascio andare al sonno, ho la mente che bolle, la bocca impastata, il corpo acquietato.
Strano. Ma così pare che sia. “Non ho voglia di vivere” questo non lo dirò mai! A qualcuno piacerebbe, a gli stessi che mai mi festeggiano, che mai compongono il mio numero per sapere che cazzo combino. E allora io vivo e sono vivo, e ora ho il fucile tra le mani, lo guardo, lo annuso, per sentire se nella canna è rimasto un rimasuglio di polvere da sparo, da svegliarmi le narici, da mettermi voglia di caricarlo ancora. Nudo in mezzo al salotto il fucile in mano, miro al mio riflesso nel vetro della finestra. Con l'immagine di me stesso in quella posa nudo, mi eccito. Mollo il fucile, mi stendo sul divano, mi godo. Sono solo ormai, e non devo più aspettare che mia madre esca, o rintanarmi in camera o nel bagno per sollazzarmi. Tutto mi appartiene, io appartengo al tutto, e in quel silenzio che solo adesso forte percepisco, chiudo gli occhi, gemo piano. Quando ritorno alla stanza provo freddo, commozione. Ho bisogno di vestirmi, ho bisogno di mangiare. Come bestia ferita mi copro, mangio.


Copyright © tutti i diritti riservati